Il Fascino del Banale

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© Nadia Lee Cohen

Che stia girando una pubblicità per Miu Miu o che faccia morire Pamela Anderson per mano di un'anziana donna in Chanel rosa confetto, la haute-couture in stile David Lynch di Nadia Lee Cohen è enigmatica e spiazzante come il pavimento in bianco e nero a zigzag della Black Lodge.

In controtendenza rispetto ai fotografi egregiamente abili nel fotografare donne indiscutibilmente belle, la fotografia cinematografica di Cohen, capace di combinare l’effetto glamour con il surrealismo, ci presenta personaggi fortemente caratterizzati, fotografati da un obiettivo che trascende la realtà fino a ridefinirla. A dircelo è la stessa Nadia, intervistata dalla rivista It's Nice That: "Il mondo che fotografo e creo non trova posto nello stesso mondo in cui viviamo (…) Non condivide né possiede le stesse norme di bellezza, la stessa politica o valori sociali" e, di conseguenza, ciò che crea è "un posto molto più libero in cui vivere", afferma la fotografa.

© Nadia Lee Cohen

Definendo la fotografia "un modo di comunicare un momento statico di una storia, congelata nel tempo", Nadia passa dalla fotografia al fotogramma attraverso un’operazione di estensione di senso che fa della fotografia una sorta di continuazione del set cinematografico. L’ingrediente base della trama è un intenso clima di inquietudine, reso convincente dalle posizioni inusuali dei soggetti fotografati e dai manierismi eccessivi delle ambientazioni, a cui si mescola una forte verve umoristica che sottintende una profonda conoscenza della settima arte. Attraverso l’uso di un linguaggio cinematografico, la fotografia di Nadia ci guida fino all’elemento comune a tutti registi a cui la sua arte fa riferimento: la capacità di attirare l'attenzione dello spettatore senza ricorrere a scene d'azione particolarmente drammatiche.

© Nadia Lee Cohen
© Nadia Lee Cohen
© Nadia Lee Cohen

Alfred Hitchcock, in particolare, è uno dei registi che hanno maggiormente influenzato la poetica visiva di Nadia. Un nuovo modo di pensare il cinema e un attento uso del colore, rappresentano lo “specifico filmico” che fa di Hitchcock un “maestro nel creare un effetto inquietante in un ambiente familiare”.  Rendere una sensazione di inquietudine attraverso un'espressione di desiderio o di disperazione di un volto o ricorrendo  ad un uso estremizzato del primo piano, sono alcune delle strategie stilistiche prese in prestito dalla cinematografia hitchcockiana dalla fotografa inglese per creare il suo linguaggio fotografico spiazzante.

© Nadia Lee Cohen

All’effetto patinato di un certo cinema d’autore, si aggiunge il luccichio abbagliante della mondanità, dei riflessi biondo platino, delle camicie di seta stile Versace, della pelle lucente di donne stordite dai flash dei paparazzi.  

"Ricordo di essere stata completamente ossessionata da Donatella Versace e Paris Hilton nei primi anni 2000", rivela Nadia, mentre mostra il suo diario sulla cui copertina ha incollato immagini di celebrità dello star system. Queste icone, che, durante l’infanzia, abitavano il personale immaginario della fotografa, ancora oggi popolano l’opera di Nadia. 

© Nadia Lee Cohen

Cindy Sherman, Martin Parr e William Eggleston sono riferimenti culturali altrettanto importanti che hanno influenzato in modo decisivo la scoperta del “fascino del banale” celebrato da Nadia che, come Sherman, all’inizio della sua carriera, costruiva da sé i suoi set. Ora, da fotografa e regista affermata, ha radicato la sua estetica nell’immaginario collettivo dell'industria creativa, creando un linguaggio personale che costituisce una firma stilistica riconoscibile nei suoi scatti più celebri.

Repulsione e magnetismo sono le due emozioni suscitate dai corpi (iper)femminili ritratti da Nadia, sempre al limite tra realtà e fantasia, tra animato e inanimato, tra umano e artificiale. Mezze carnefici, mezze vittime, le donne di Nadia ci parlano di un mondo che trova nell’immagine estrema e tragi-comica del corpo femminile una risposta alle pressioni sociali tese alla perfezione femminile. Risuonano le parole di Jesse Royce Landis che, riferendosi a Grace Kelly, la biondissima protagonista di To Catch a Thief, avvisava: “La scuola di perfezionamento è stata un errore: l’hanno troppo perfezionata”. 

 

 

Written by
Untolds